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Naufragi aprile 2015

 

 

Nomi senza corpi
In un attimo, in un solo giorno, il 3 ottobre 2013, tanti giovani che si chiamavano Selam “pace”, oppure Tesfaye “speranza mia”, ci hanno lasciato.
Diamo i nomi ai nostri figli perché vogliamo fare conoscere al mondo i nostri desideri, sogni, fedi, il rispetto che portiamo a qualcuno o a qualcosa. Gli diamo nomi carichi di significati, così come hanno fatto i nostri genitori con noi.
Per anni questi nomi, con il loro carico di carne e ossa, sono andati lontano dal luogo della loro nascita, via dalla loro casa, componendo un testo scritto, un testo arrivato fino ai confini dell’Occidente.
Sono nomi che hanno sfidato frontiere e leggi umane, nomi che disturbano, che interrogano i governanti africani ed europei.
Se sapremo capire perché e quando questi nomi sono caduti lontano dal loro significato, forse sapremo far arrivare ai nostri figli un testo infinito, che arrivi ai loro figli, nipoti e bisnipoti.
Malgrado i corpi che li contenevano siano scomparsi, quei nomi rimangono nell’aria perché sono stati pronunciati, e continuano a vivere anche lontano dal proprio confine umano. Noi non li sentiamo perché viviamo sommersi nel caos di milioni di parole avvelenate. Ma quelle sillabe vivono perché sono registrate nel cosmo.
Le immagini del film danno spazio a questi nomi senza corpi. Nomi carichi di significato, anche se il loro senso è difficile da cogliere per intero.
Siamo costretti a contarli tutti, a nominarli uno per uno, affinché ci si renda conto di quanti nomi sono stati separati dal corpo, in un solo giorno, nel Mediterraneo.

(Dagmawi Yimer)

 

"Il mio pensiero per i ragazzi in Libia". Intervista di Giulio Cederna a Dagmawi Yimer

“Personalmente mi sento molto triste e impotente. Chi come me ha avuto la fortuna di sopravvivere al viaggio è condannato a rivivere periodicamente le stesse immagini e a sentirsi morire ogni volta. L’unica cosa che mi aiuta in questi momenti è credere in quel poco che faccio” (leggi tutto).

 

"Quei ragazzi divorati in mezzo al mare dalla nostra indifferenza", di Igiaba Scego (da "Internazionale", 19 aprile 2015).

Mio padre e mia madre sono venuti in Italia in aereo.
Non hanno preso un barcone, ma un comodo aeroplano di linea.
Negli anni settanta del secolo scorso c’era, per chi veniva dal sud del mondo come i miei genitori, la possibilità di viaggiare come qualunque altro essere umano (leggi tutto).